Giuro..

20 11 2008

..sembra incredibile, ma cominciano ad arrivare i primi commenti relativi a quest’angolino un po’ particolare.

Accolti con piacere i complimenti (uno), e’ ben inteso che uno Scrittore attento alla Critica come me presti maggiore attenzione alle lamentele (molte), le ascolti, le assimili, le comprenda, spieghi gli errori al suo amato Pubblico, e li corregga, infine.

Il commento (negativo) piu’ frequente, quasi costante, e’ relativo alla lunghezza dei miei Articoli. Troppo lunghi, prolissi, sebbene interessanti; in pratica, la gente si rompe il cazzo a leggerli. Bene. Giuro che esercitero’ la mia capacita’ di sintesi fin da subito.

Ogni volta che mi imbatto in una lamentela del genere, d’altro canto, non so perche’, assai probabilmente per turbe mentali originate dal mio torbido e oscuro passato, mi riecheggia in testa una dichiarazione di Umberto Eco, che lessi di sfuggita, non so dove, non so quando e nemmeno il perche’. L’intervistato, reduce dai clamorosi successi de “il nome della rosa” e “il pendolo di Foucault”, dopo aver incassato i complimenti (molti) si trovo a far fronte anche a una critica (una) che, a questo punto, suona un po’ tutti familiare. Gli si imputava infatti una certa prolissita’ narrativa e osticita’ lessicale soprattutto nelle parti iniziali dei suoi libri, che abusavano di lingue straniere, e lingue morte, di corpose descrizioni e di “side story” davvero poco inerenti alla trama principale.

La risposta del nostro ammirato autore fu, come se ce ne potessimo stupire, arguta e, a mio modesto parere, geniale. Sosteneva, infatti, di non essere affatto colto impreparato dalla critica, anzi, questo era proprio il suo obiettivo. Il primo centinaio abbondante di pagine, in entrambe le opere prese in considerazione, rappresentavano quella che per lui era una “prova per il lettore”. Solo chi davvero interessato ed abile a comprendere la trama, il messaggio, e la morale delle sue opere sarebbe stato in grado, o avrebbe avuto semplicemente la voglia, di superare tale scoglio, ricevendo, come premio, una spettacolare esperienza letteraria (si, si, quest’ultima parte l’ho enfatizzata io).

Detto questo: attenzione! Sia ben chiaro, io, mai e poi mai, innalzero’ le mie quattro righe al livello delle migliaia scritte da un tale Autore, io scrivo cosi’ perche’ cosi’ so (o non so) fare, perche’ cosi’ mi piace, e cosi’ mi pare; d’altro canto, pero’, e’, per me, inevitabile riflettere profondamente su tutta questa questione, e, naturalmente, analizzarla, oltre che da un punto di vista generico, applicandola al web, sede dei miei scarabocchi.

Eco, con la sua prova, a cosa mirava? a selezionare i propri lettori, come detto, sia sotto il punto di vista culturale, sia, e soprattutto a mio modestissimo parere, sotto quello applicativo. Eco voleva che chi si apprestava a leggere fosse seduto, comodo, concentrato, e non avesse ansia di leggere una pagina dopo l’altra, di giungere alla fine. Il suo scopo era ragionevole al di la di ogni dubbio, sicuramente io lo condivido; sintetizzando (visto?) voleva che il suo lettore tipo fosse un individuo che, semplicemente, provasse il “piacere di leggere”.

Insieme a questo ricordo con affetto i tempi del debutto “mass market” internettiano, quando in vendita c’erano i modem 33k, e i 56k costavano un sacco di piu’; mi ricordo il libero@sogno, tariffa con la quale potevo navigare convenientemente dalle ore 20 alle ore 8, e che per le ricerche si utilizzavano siti del calibro di Virgilio, e SuperEva (!!!), ma soprattutto ricordo che caricare una pagina richiedeva il suo tempo, e che per questo aprivi solo quel sito che ti interessava, e utilizzare piu’ finestre di navigazione, beh, era solo un esercizio di fantasia. Possiamo, a conti fatti, sostenere la tesi secondo la quale col 33/56k la “prova per il lettore” era insita nel concetto stesso di navigare la rete. Ci si connetteva, ci si sedeva, comodi, e concentrati a trovare le informazioni necessarie, senza l’ansia di caricare una pagina dietro l’altra. Il navigatore tipo era un individuo che, semplicemente, provava il “piacere di navigare”.

poi l’evoluzione/rivoluzione delle connessioni ad alta velocita’, non piu’ limiti per soddisfare la domanda; ad un aumento di velocita’ disponibile, corrisponse una proporzionale “fame informatica”, sia essa intesa in senso stretto, od in senso lato.

La fame, in un secondo momento, si e’ trasformata in “delirio di informazioni”, in forsennata ricerca di dati, file, download, film, musica, applicazioni, comunita’, attivita’, mail, insomma una costante ricerca, fine a se stessa, per riempire una banda che, comunque, avremmo voluto sempre piu’ larga, per riempire hard disk sempre piu’ voluminosi.

Da questo formicaio di attivita’ e’ nato il web 2.0, massima espressione e conseguenza di questa situazione. Nel momento in cui l’offerta di informazioni e’ diventata criticamente scarsa in rapporto alla domanda, l’evoluzione naturale del web e’ stata rendere offerta il soggetto stesso che la domandava. Ora l’utente medio e’ sia produttore che consumatore, freneticamente attivo in entrambi i ruoli, e, finalmente, la rete basta a se stessa.

Ma.

Pur volendo sorvolare sulla pulsione voyeuristica che ha spinto al successo di tale evoluzione, non possiamo far a meno, adesso, rileggendo poche righe piu’ in alto, di prendere atto di come il nostro “navigatore tipo” sia mutato, e con lui anche la nostra assocciazione con il “lettore tipo”. Se riflettiamo un attimo (non vi chiedo di piu’) ci rendiamo conto facilmente che in preda a questa frenesia, le nostre abitudini di navigazione sono cambiate, dovendo produrre info, ma anche assimilarne, ormai infinite, il tempo medio che dedichiamo ad una pagina web, singola, e’ pari a pochissimi secondi, per i piu’ abili anche meno. Approfondendo il concetto, se la pagina che apriamo non ci da subito le informazione a cui ambivamo, ed e’ lunga, complessa, o semplicemente poco accattivante, finisce nel cestino, dimenticata, senza appello dopo un giudizio di pochi decimi di secondo. In questa situazione, pero’, di quanto leggiamo, qual’e’ la percentuale di apprendimento? quante delle informazioni che acquisiamo vengono elaborate in concetto? Qual’e’ a conti fatti il fine di tutto questo aggiornamento, non-apprendimento personale? Posso azzardare un numero stupefacentemente prossimo allo zero?

Ebbene? preso atto di cio’?

Nulla.

Se non che me ne sbatto il cazzo se mi dite che gli articoli sono lunghi, perche’ il problema e’ nostro, non mio. E sinceramente spero di essere stato abbastanza sintetico.

Alexander.


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One response

2 12 2008
Albe

Dici un sacco di parolacce nel tuo blog, è disgustoso!!! Non sò se riuscirò a cliccare nuovamente in questa cloaca terminologica. I termine “grazioso” mpm si usa più?

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